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Boston, USA

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linea di fuga verso il mare

sabato 20 dicembre 2008

LA MANICA - Dai racconti di Spazioliberina


(Antonia Colamonico, da Ed Altro, in Le stagioni delle parole. Bari, 1993)


Uno strano silenzio invadeva la stanza. Una luce ovattata filtrava dal bianco della tenda. Franca si girò nel letto, aprì gli occhi e li richiuse. Percepì il calore del corpo e il gelo della fronte. Si rigirò, mise fuori una mano, riaprì gli occhi e lesse l’ora. Sbadigliò e si mise seduta.


Dall’altro lato del letto, Roberto dormiva ancora, accovacciato tra le coperte. Egli si affidava completamente a lei che ogni mattina era pronta a svegliarlo tra l’odore del caffè e le note della radio in bagno.


Il gelo della stanza si impossessò del suo calore, svegliandola del tutto. Si infilò le pantofole e si alzò. Di colpo percepì qualcosa di insolito. Non riconosceva i rumori delle auto sulla strada e le voci dei ragazzi che si avviavano, lungo i bordi dei marciapiedi, verso l’Istituto Commerciale.


Sembrava che il risveglio di quella mattina di fine marzo fosse stato, chissà da quale mano, avvolto in uno spessore di silenzio. Si mosse verso la finestra e guardò tra le persiane socchiuse. I suoi occhi stupiti, fissarono delle lenzuola bianche che avvolgevano i tetti delle case, le strade, le auto parcheggiate, i rami e le insegne.


Un passerotto volava basso tra fiocchi di farfalle che lo appesantivano. Sembrava ad ogni battito d’ala che stesse lì, lì per precipitare, poi, con fatica riprendeva quota, per poi riprecipitare. Un’emozione la invase, come quando da bambina suo padre la portava sulle montagne russe. Spalancò la finestra e uscì con la sola camicia sul balcone. Una folata di neve la investì, bagnandola tutta. Si piegò, raccolse una manciata bianca e rientrò, tremando, sotto le coperte.


Roberto percepì il freddo che scivolava lungo la manica del suo pigiama. Sveglio si toccò e si volse verso Franca. Una luce nuova aveva messo in ombra la donna attenta che da sempre gli incuteva una certa soggezione, lasciando spazio ad una bambina impertinente che leccava con gusto, sulla sua manica, quella manciata bianca.


Egli all’istante decise che la sua Gaia sarebbe stata con quegli occhi e quel sorriso e, per una volta, lui prese l’iniziativa. Attirò a sé Franca e le bisbigliò in un orecchio. La donna finì di mangiare l’insolito gelato, si sistemò la camicia bagnata, mandò indietro la ciocca di capelli che le copriva la bocca e con gravità mise fine all’attesa di Roberto.


Gaia nacque durante le vacanze di Natale, mentre fuori delle lenzuola bianche avvolgevano i tetti delle case, le strade, le auto parcheggiate, i rami e le insegne.

lunedì 13 ottobre 2008

I piani di lettura e la moltiplicazione dell’occhio: ragionando intorno al frattale poetico




Nel post La mente biostoria e l’organizzazione della poesia Antonia Colamonico, ha messo in luce la differenza tra un occhio lineare e uno moltiplicativo.
La conseguenza di questo cambiamento porta, come esplicitato anche nel post Il paradigma biostorico e la topologia del Pensiero Complesso, a una accelerazione del sistema in esame.
La lirica "Cambiamento di stato" e' un esempio letterario di questa differenza.
Si snoda su tre direzioni parallele rendendola di fatto l'impronta di ben 729 differenti liriche in senso classico. Questa stima è ottenuta considerando i possibili percorsi semplici che dal titolo vanno alla conclusione. Se, invece, si permette di selezionare almeno una parola lì dove il rigo è in parallelo, il numero delle possibili letture vola a ben 117649.
Ci si rende facilmente conto del potere espressivo ti tale modo di scrivere.
A differenza della poesia in senso classico in cui lo status del poeta era rappresentato attraverso la ricerca lessicale, nella poesia con occhio biostorico, da un lato, vi è la ricercatezza lessicale, e dall'altro una molteplicità espressiva che più si adatta a rappresentare le complesse espressioni umane e che, di fatto, rende il lettore protagonista attivo, non solo nell'atto di leggere, ma ben sì in quello di dare corpo alla lettura stessa.

sabato 11 ottobre 2008

Una catastrofe annunciata: Il crollo delle borse è l’implosione di un’Epoca






di Antonia Colamonico


Lo spettacolo che il Mondo della Finanza sta offrendo in questi giorni è quello dell’Idiota.


La cosa che sgomenta è pensare che le sorti dell’Umanità siano nelle mani di gente che non possiede il senso della realtà, tanto d’ammettere, candidamente, di aver sbagliato, come un bambino che ha rubato la marmellata. Le sorti del mondo sono nelle mani di bambini che amano rubare la marmellata, per il semplice piacere della marmellata. Naturalmente è una marmellata fatta di miliardi, sottratti ai giovani disoccupati, perché i grandi bambini-idioti dell’economia invece di investire nel lavoro, hanno investito nella moneta fine a se stessa.

  • Siamo di fronte a quello che già nel 1993 definii, nell’introduzione di Biostoria, l’implosione della Società Industriale.

Se si percorrono le trame degli echi di passato che hanno generato siffatta Società, si possono isolare le ideazioni chiave che hanno agito da cardini della Società dell’automobile e poi della plastica.


Nel settecento i luoghi mentali intorno a cui gli intellettuali andarono ad intessere le loro teorie politiche ed economiche erano i bisogni di:


  • svincolare la Società dalle ideologie feudali,
  • mettere il lavoro alla base dell’organizzazione civile,
  • porre il profitto come spinta al miglioramento delle colture e dei sistemi produttivi, si pensi al passaggio dalla rotazione biennale a maggese dei terreni a quella a quadriennale senza maggese,
  • definire lo Stato di Diritto come garanzia delle relazioni sociali.

Questi principi-cardine presentavano un risvolto della medaglia che nasceva e nasce da una logica prettamente umana di svincolare i bisogni dalla loro rete cognitiva universale e renderli funzionali a se stessi. Cercando di semplificare:


  • non è un male il profitto, ma solo se legato al bisogno reale della Comunità, per cui esso viene ridistribuito per il miglioramento dei servizi sociali, delle infrastrutture, della salute, della scuola, ecc.

Ma un profitto fine a se stesso è un’esaltazione del sé, come un’anima caina che gode del suo tesoretto nascosto. Ricordiamo tutti negli anni di tangentopoli lo scandalo sul ministero della sanità che mise fine al Partito Liberale, quando furono trovate le sedie imbottite di carta moneta. Ora si rifletta sul significato di salute mentale di simili azioni. Certo sono menti prigioniere del denaro e ci viene in soccorso per comprenderle la novella del Verga “la roba”, in cui è messa a fuoco con profonda amarezza l’anima grigia di Mazzarò che nell’accaparramento dei beni del barone, aveva scordato una verità inalienabile: la morte. Siamo consumatori di tempo e il tempo, per il processo d’entropia, ci uccide. E in questo morire siamo nudi.


Bellissimo quel passo evangelico che invita a non accumulare ricchezze che i ladri e le tarme possano portare via, ma ad accumulare beni immateriali che rendano bella e degna di essere vissuta la vita.


Gli illuministi lavorarono intorno al concetto di dignità della persona e definendola gettarono le basi della Moderna Democrazia, essi inconsapevolmente ripresero le idee cardine del Vangelo e ne fecero una ideologia laica. Ma le ideologie si confrontano con gli uomini e questi, purtroppo, sono i Caino/Abele della Società.


Ricordo che quando iniziai a ragionare sulle dinamiche biostoriche, posi in modo inequivocabile l’interdipendenza tra i sistemi di lettura, le letture storiche e le risposte d’evento; per cui ipotizzai la fine del mondo legato al paradigma industriale per una cecità di lettura, connessa all’occhio lineare-sequenziale, che preso solo da sé avrebbe finito con l’innescare il black aut dell’economia stessa.


Approfondendo si può capire meglio, ad esempio se noi siamo la nostra mente, e se le azioni non sono tutte uguali, allora non tutte le menti si auto-organizzazano sulle medesime coordinate di lettura.


Nel mio testo inedito Costellazioni di significati per una topologia del pensiero, ho provato a tracciare l’architettura di una mente a campo profondo e a tempo infinito, fatto interessante è che nell’azione del definire la mente dell’uomo nuovo, automaticamente è venuta fuori la topologia della mente dell’uomo vecchio, inteso come una logica organizzata solo intorno al tornaconto del sé. Tale mente, patologicamente avvizzita per asfissia creativa, implementa i ritardi storici e questi le implosioni di economie-società.


Siamo, oggi, in un momento di regressione poiché la classe dirigenziale si è avvizzita intorno al possesso, per il semplice gusto del possesso: sono nate così le manovre economiche che hanno generato il sistema a scatole vuote dell’Economia globale. Ricordo che già intorno al 1993 avevo diagnosticato tale collasso della borsa, in un corso di formazione docenti, ragionando sui modellini storici che fanno parte del patrimonio didattico-metodologico di biostoria.


Ma in che cosa consiste la cecità di questi vecchi-bambini, golosi di marmellata: nell’aver svincolato il mondo della finanza da quello della produzione economica. Quando nacquero le S.P.A. si era in un momento di grande riordino delle aziende e gli investimenti per le nuove tecnologie erano tali da non poter essere sostenuti da una singola famiglia, per cui il passaggio dal sistema di gestione padronale a quello tayloristico impose la relazione banche-industrie-mercati e nacquero così le Borse Valori, le trust, i mercati mondiali.


  • Cosa è accaduto dagli anni ’80 in poi?

Si è scoperto che si poteva speculare giocando con le azioni e i finanziamenti, non per creare posti di lavoro, ampliamenti dell’offerta produttiva, mercati nuovi, salari in grado d’implementare le vendite… dinamiche queste che nonostante gli interessi privati finivano con il costruire la dignità delle famiglie, si pensi agli effetti del boom degli anni ’60, ma per creare aziende fantasma che davano adito ai prestiti infiniti. In questo gioco di clientele finanziarie, si è perso di vista da un lato l’economia reale che è fatta di utili legati alla produzione-salario e dall’altro che l’ingordigia umana, dei Mazzarò della storia, una volta svincolata dal limite dei principi etici universali, è un pozzo senza fondo.


Ho già parlato di democrazia bloccata, come una caduta di valori e di legalità e sono proprio questi le cerniere che rendono coerenti, sotto il profilo storico, le azioni anche economiche.


La tristezza in tutto questo è che a pagare come sempre saranno gli innocenti, quelle centinaia e centinaia di migliaia di giovani che dopo essere stati parcheggiati nelle università decrepite, nelle SSIS spilla soldi, nei corsi master fatiscenti, ecc. troveranno le porte chiuse delle aziende che alla politica del lavoro, hanno preferito la politica della speculazione.



Da tale emorragia di miliardi bruciati viene fuori una sola consolazione:

  • gli idioti della storia sono stati smascherati.
________

Idiota dal latino = ignorante, dal greco = incapace.

mercoledì 17 settembre 2008

Diario di Bordo - Il tempo dell’Uomo/l’uomo del Tempo




di Antonia Colamonico


L’unica vera ricchezza per l’uomo è il tempo, essendo un consumatore di tempo: gli studi sul DNA stanno parlando di tempo biologico dell’essere umano, calcolato intorno ai 120 anni. Ma i fattori psico-socio-ambientali, rendono tale lettura inadeguata alla realtà, poiché solo un pugno di uomini riesce a superare, a mala pena, la soglia dei 100 anni. Quindi gli anni che non si vivono sono rubati alla vita dalla psiche, dalla società e dall’ambiente.


La mortalità era molto alta nei secoli pre-industriali, si parlava di un’età media di 25 anni, la fase in cui si moriva di più era quella infantile, sino al 1700 su 10 bambini nati, solo 5 riuscivano a superare i primi 5 anni di vita. Con la rivoluzione industriale tutto è mutato. Oggi si parla di una soglia di 83 anni.


Il paradosso è che oggi siamo una società di vecchi, così come due secoli fa lo eravamo di bambini. L’essere vecchio o l’essere bambino è un differente rapporto con il tempo: il bambino ha di fronte un tempo aperto, tutto da riempire; il vecchio un tempo chiuso, già edificato; il primo vive nel sogno del futuro, il secondo nel rimpianto del passato.


Il bambino ha una mente permeabile, il vecchio impermeabile, secondo la definizione della spugna del pensiero. Sul piano storico le società giovani sono più dinamiche e pronte al cambiamento, quelle anziane, più lente e meno propense a rivedere i propri punti di vista. Tali considerazioni sono valide se il discorso si ferma agli aspetti generali, ma se s’indaga su casi reali, si può scoprire che esistono giovani vecchi e vecchi giovani: l’essere vecchio o giovane non è solo un fatto di anagrafe, ma anche un fatto mentale.


Si è vecchi ogni qualvolta si dà spazio al pregiudizio, al convenzionalismo, al preconcetto che fa smettere di ascoltare e di apprendere dalla vita. Esistono quindi due tipologie di vecchiaia, quella del ragazzo bullo o vittima che assume un comportamento pregiudizievole, fatto di prepotenza o sottomissione, alcool, droghe, disprezzo per la vita… e quella dell’anziano che per l’erosione del tempo, contro la sua volontà, osserva la sua spugna mentale sbriciolarsi, con i vuoti di memoria. Esistono società vecchie che sono giovani e dinamiche nel mettersi in gioco e società giovani aggrovigliate in pregiudizi che impediscono loro di crescere.


Se l’uomo è il suo cervello e se la sua ricchezza è il tempo, un cervello a tempo è l’obiettivo dell’umanità. Cosa vuol dire un cervello che ragioni a tempo? E quale è il tempo del tempo?


Non certo, come ha sostenuto Giovanni, un cervello che si tuffa nella vita dicendo sì a tutto. Tale mente dimostra solo un’incapacità decisionale, crisi da iperscelta confermerebbe A. Toffler.


Ragionare al passo col tempo è di un cervello che ha una grande capacità ad economizzare il tempo non per fare più cose possibili, ma le migliori cose possibili per una vita più lunga possibile.


Non è un gioco di parole, se si riflette bene, essendo il tempo prezioso poiché unico bene, bisogna imparare ad essere fortemente selettivi e veloci nelle decisioni vitali per l’economia di tempo.


Tra lo studiare e il non studiare, ad esempio, è più economico studiare, poiché il non averlo fatto l’indomani implicherà una serie di conseguenze che apriranno alla perdita di tempo: discutere con il prof., giustificarsi con i genitori, superare il senso di colpa… fattori questi che sbriciolano la vita in tanti rigagnoli di tempi inutili che allontanano dal tempo reale di alunno. Lo stesso esempio si può trasferire in qualsiasi campo di lavoro: è più conveniente impegnarsi che trastullarsi per poi scoprire che si è in ritardo con le scadenze.


Il tempo va vissuto con il suo ritmo che oggi si esprime in nanosecondi. Il nanosecondo scandisce il tempo di risposta tra la mano che scrive sulla tastiera e il PC che risponde: pensare e agire in nanosecondi ecco l’economia della Società della Conoscenza.



Forza ragazzi, più impegno!




Dall’amico Paolo Manzelli




CHI MUORE (Ode alla vita)



di Pablo Neruda




Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,

chi non cambia la marca,

chi non rischia e cambia colore dei vestiti,

chi non parla a chi non conosce.


Muore lentamente chi evita una passione,

chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle i piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle che fanno brillare gli occhi,

quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,

quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.


Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,

chi è infelice sul lavoro,

chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno,

chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.


Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,

chi non ascolta musica,

chi non trova grazia in se stesso.


Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,

chi non si lascia aiutare;

chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.


Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,

chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,

chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.


Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre

che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore

del semplice fatto di respirare.


Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

sabato 13 settembre 2008

Orizzonte – Orizzonti / Variazioni sul tema


















Orizzonti 1


Tra creste d’alberi ventate

sulle possenti spalle del colle,

dinosauro addormentato,

trapassano raggi

d’alba rosa – stupiti

d’oro opimi, al tramonto:

così traspare un orizzonte

scrutato, desiderato, sospeso miraggio

e l’evento ripullula un sorriso.




Orizzonti 2


I campi da secoli piatti piatti

marroni, cinerei, verdi verdi

nella nebbia bianca di latte accecante

scompaiono:

sopra, il disco del sole tremulo

emerge fumigando

di pioppi immobile, severa fila.

Miraggio sempre più nitido, reale:

conforma la luce i contorni.

Profili definiti, d’un battito di ciglia

nitide distanze e lo spazio riconfigurato

allertano il percepire:

ecco laggiù l’orizzonte

sempre oltre è l’approdo, sempre oltre.

Corpo e anima respirano profondi,

anelando intrepidi, sereni.




Orizzonti 3


Cielo terso, sul mare,

e celeste acqua, laggiù,

si fondono

e appare l’orizzonte:

ora blu, la riga, ora rosata,

ora, incandescente, s’avvicina.

Così dell’anima gli umori

s’intrecciano nel profondo:

ora s’incendia

della speranza il fuoco d’artificio,

ora buio di nera pece

s’invischia e ansima.




Orizzonti 4


Sul mare disteso,

stupefatto di luce,

s’indora laggiù

una nuvola rosa shocking,

un grido silente:

“Orizzonte, orizzonte!”

In piedi marinai e seduti sul molo

occhi pungenti allungano inquieti

dolce è sperare ogni mattino

a placare ansie notturne.




Orizzonti 5


Spleen - metafisici tiratori d’arco

Non un coperchio per giorni sta e giorni,

ma soffice attutisce batuffolosa

suoni, della grande città, luci, iridescente

nebbia tondeggiante, persistente,

sulla grande pianura: profili e angoli

non vedi oltre.

Tutti, a memoria, ciechi e coatti,

ripercorrono ossessivi

il va e vieni di sempre .

La nebulosa metafisica

c’impedisce, noi stocastici arcieri,

di tendere l’orizzonte,

di gettare spirito, sguardo, anelito

al di là dell’impalpabile limen:

oh! desiderio di confermare,

giorno per giorno, la nitida speranza

del viaggio: “Terra! Terra!”




Orizzonti 6


Oscuro sipario s’alza improvviso di nubi

furenti di vento, di borbottii imbronciate:

trapassa l’iridescente aureola di raggi

cilestrino cielo alto e rugiadoso di stille.

Nella sospensione stupita dei vapori,

arcobaleno perfetto s’inarca laggiù

dove scorgi i doni d’oro dell’orizzonte:

“Speranze! Speranze!”, è lecito dirsi.




martedì 5 agosto 2008

La Follia e la Scienza: ragionamento intorno alla coerenza e all’incoerenza storica





di Antonia Colamonico


Il termine follia è solitamente usato con un’accezione negativa, è vista come il luogo della pazzia che rende imprevedibili e quindi pericolosi.

La follia è indagata intorno alla coerenza che il paziente riesce a costruire nelle azioni-risposte, ad esempio se dico: ho sete e mangio un panino. Sono incoerente, poiché il mangiare il panino andrà ad amplificare la mia sete.

Nella diagnostica della follia c’è una fase d’osservazione che permette al medico di registrare le tipologie di coerenza alle domande che egli andrà di volta in volta a formulare. Più le risposte si allontaneranno dal canone della logicità è più elevato sarà il grado di pazzia.

La follia fa paura, perché rende imprevedibili, quindi inaffidabile e potenzialmente pericolosi per la quiete sociale e privata. Nel passato si è abusato intorno alla follia, poiché ogni qual volta un individuo metteva in dubbio la legittimità di un ordine, stato di potere, era definito folle; infatti i manicomi erano pieni di soggetti sani, malati solo d’intolleranza alle regole. Il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” affrontò con maestria tale fenomeno storico, negli anni della battaglia per la loro chiusura, tanto che poi furono trasformati in scuole.



Ricordo che nel 1978 a Parabiago (MI) l’Istituto Tecnico Commerciale occupava un’ala del manicomio; mentre in un’altra vi erano ancora dei pazienti che vivevano in semilibertà, tanto che non era insolito incontrarli nei viali della scuola. Con i colleghi avevamo stretto una forma d’amicizia con parecchi di loro, tanto che la mattina venivano alla fermata del treno e si accompagnavano a noi sino all’Istituto, a volte parlando, altre in silenzio ad una certa distanza e altre accettando un caffè. Da ciò si può comprendere che esistono dei gradi di tolleranza della follia. Le società democratiche sono più aperte alla diversità, quelle autoritarie meno.

Il termine follia ha anche un’accezione positiva, di cui poco si parla, è quella dell’autonomia di giudizio dell’individuo che impara a saper dire i si e i no alla vita, in funzione di una regola che nasce dal di dentro della coscienza e che non si uniforma passivamente alle consuetudini. È questa l’area della libertà che fa del soggetto storico un individuo auto-referenziale nella costruzione degli eventi. Si pensi a quale sarebbe stata la dinamica storica se tutti i soldati tedeschi si fossero ribellati ai lager o se tutti i marinai delle caravelle di Colombo si fossero ammutinati e rifiutati di proseguire. Dal punto di vista del mantenimento dello status sociale c’è la tendenza a tenere sotto controllo l’autonomia di giudizio, definita follia ogni qual volta si discosta dai conformismi.

  • Che centra la scienza con tutto ciò?

Quando si guarda alla scienza, con un occhio biostorico, si può osservarla in relazione a tre angolazioni di lettura: il passato, area del conosciuto e dello già sperimentato; il futuro, area del non ancora conosciuto e sperimentato; il presente area della concretizzazione delle teorie scientifiche.

La direzione dello sguardo indirizza la ricerca, per cui c’è chi guarda alla scienza come un già codificato che resta immutato nel tempo, in tal caso non si è scienziati nel senso pieno del termine, ma si è semplicemente dei ruminanti della scienza. Si pensi ad un erbivoro, adagiato in un prato a ri-macinare l’erba del suo pasto, per renderla digeribile. Un tale modo d’esercitare la funzione di scienziato è molto rilassante e nel contempo rassicurante, in quanto non si mettono in discussione gli appresi. Sono questi per lo più gli scienziati di mestiere che spesso occupano la scena mondana, in quanto è più facile essere capiti sui discorsi consolidati che su quelli non ancora condivisi.

Poi c’è lo scienziato che studia e ricerca il tempo 0, è chi vive al chiuso in un laboratorio, perché innamorato della dinamica della vita che gli appare sotto gli occhi. Il movimento che egli osserva lo affascina a tal punto da richiedergli sempre più tempo: il tempo è la vera ricchezza dell’umanità, poiché noi siamo consumatori di tempo. Questa seconda tipologia di scienziato si evolve verso una terza lo “scienziato pazzo”. È quello che non si accontenta di ciò che vede e di ciò che sa, vuole andare oltre, vuole strappare il velo dell’invisibile e scoprire nuove relazioni, nuove dinamiche, nuovi modi della vita. È lo scienziato che guarda al futuro, il vero ricercatore, in quanto guarda al di-venire della storia che si presenta come il mondo del fattibile.

In una lettura biostorica si distinguono 3 aree storiche, i campi del fattuale-fatto-fattibile come tre modi di disegnare la realtà. Ogni modo esercita una pressione diversa a livello cognitivo. Chi guarda al futuro ha una visione d’indeterminatezza, di-s-ordine/creativo; chi al passato di determinatezza, ordine/pre-concetto; chi al presente di disordine/con-fusione.

I tre stadi spesso sono interconnessi, poiché esiste un filo emotivo che genera il salto cognitivo, come rimbalzo di direzione dell’occhio, dal prima al dopo e fa procedere a zig-zag nel tempo.


Il terzo stadio è lo spazio delle follia creativa, poiché necessita aprire un nuovo valico cognitivo, che essendo l’area del non-ancora impone la capacità ad inventare un significato-ordine nuovo, con relativa nicchia di senso informativo (la spugna del pensiero).

Nell’istante in cui si spicca il volo verso un non ancora immaginato, entrano in gioco i due piani della follia, negativo/positivo, lo scienziato ha di fronte a sé il vuoto, come l’oltre il tetto dello scibile e si misura col piano dell’infinito-indefinito. Egli può sentirsi il dio-costruttore della sua osservazione, esaltazione del sé, (funzione negativa) o il semplice con-templatore di una dinamica che resta altre il campo del sé (funzione positiva). Il primo è il malfattore, perché si sostituisce a Dio, il secondo il benefattore dell’Umanità. Si pensi alla sperimentazione scientifica dei medici del Terzo Reich con gli esperimenti sui gemelli ebrei o ad un C. N. Barnard che avviò i trapianti del cuore. I primi guardavano al dominio del mondo, il secondo a salvare una vita.

Un passo biblico afferma: siate i folli di Dio. Cosa implica una tale affermazione? Tralasciando l’aspetto teologico che non rientra in tale argomentazione, si provi a sostituire Dio con l’infinito: l’invito è ad essere i folli dell’infinito, cioè gli innamorati del non ancora, del non saputo, del non chiamato, del non sperimentato. L’invito è quindi quello di essere costituzionalmente aperti alla scoperta, alla sperimentazione. Ad essere scienziati nel senso pieno del termine. Ad essere gli amanti di Dio. A fare della Conoscenza lo stato privilegiato dell’esistere.

In tale stato mentale si crea la relazione io-infinito, è un legame fortemente emotivo, in quanto pone la coscienza nell’in-coscienza. Non è un gioco di parole, è semplicemente l’essere del soggetto di fronte a sé stesso e imparare a muoversi autonomamente nella conoscenza. Imparare a trovare le coerenze storiche non in funzione dei sentito dire, ma in relazione ai com-presi, nella dialogica privato/universale che egli stesso saprà edificare. In tale fase lo scienziato che privatamente costruisce il sapere scientifico, impara a selezionare il vero dal falso, il chiaro dall’oscuro, il semplice dal difficile… e così facendo costruisce la coerenza della sua ricerca, come la nicchia storico/in-forma-tiva che si presta poi ad essere con-divisa.

Tenere presente tale stadio informativo-esplorativo fa comprendere il legame coerenza-osservatore, per cui anche nella follia negativa, oggi, si parla di coerenza, come il legame paradigmatico che l’osservatore ha costruito con la realtà. I pazzi che noi leggiamo incoerenti, di fatto hanno elaborato una forma diversa di coerenza. Entrare in tale difformità paradigmatica è il traguardo della ecologia della mente.

Da un punto di vista biostorico non esiste l’incoerenza, in quanto le azioni che si definiscono tali sono coerenti alle giustificazioni storiche dell’altro. Tali giustificazioni possono essere più o meno funzionali alla vita/morte della storia, per cui necessita apprendere a dilazionare il tempo per anticipare le portate storiche e selezionare gli eventi che producano più area vitale.

Naturalmente tutto ciò se si vuole vivere.



Dedico questa pagina agli amici di EGOCREANET, augurando loro che il MEETING - Emergence of Self-organization and Information Phenomena in Science and Art, 20-21 November, 2008 - Palazzo Strozzi – Sala Ferri - Florence (Italy), sia una pietra miliare o meglio una pietra d’inciampo nella nuova architettura della scienza.

martedì 17 giugno 2008

Il ruolo dell'Emozione nel Pensiero Razionale







Già in precedenza in questo blog si è affrontato il tema delle diverse intelligenze, quella razionale e quella emotiva, e si è già messo in luce come nel costruttivismo moderno la sfera della ragione è stata scissa da quella dell’emozione portando a una frammentazione e inscatolamento della conoscenza (occhio lineare-sequenziale).
In questo articolo s’investigherà il ruolo dell’emozione nel pensiero razionale, mettendo in luce come il sentire o percepire la realtà empaticamente sia, a tutti gli effetti, funzionale alla costruzione del pensiero razionale stesso.
Se è vero anche il contrario, ogni artista razionalizza in un quadro o in una poesia le proprie emozioni, non bisogna dimenticarsi che la sfera emotiva è un qualcosa di molto più profondo che tocca l’essenza stessa del nostro esistere; quindi dovendo investigare l’interazione tra queste due intelligenze, è più “logico” parlare del ruolo dell’emozione nella razionalità e non del contrario.
Studiando una teoria scientifica non si legge della emotività di chi la partorisce, ma ciò non esclude che, per quanto razionale, l’autore era un essere emozionale.
Tutti siamo naturalmente predisposti a provare emozioni, con sfumature e intensità strettamente legate al contesto sociale in cui si cresce, ma tutti, ognuno a modo proprio, proviamo emozioni. Come in economia, più è diffuso un bene e meno vale. Tutti possiamo sentire però, solo Einstein ha scritto la teoria della relatività. Se nella esclusività delle produzioni risiede la bellezza delle stesse, è nella sensazione che vi sia qualcosa che vada oltre le proprie capacità deduttive, che risiede il fascino.
Bellezza e fascino, sono due delle emozioni più forti che ci avvicinano a mondo che ci circonda. Mentre la bellezza è legata alla capacità di giudicare l’interezza di un qualcosa, di possederne la visione globale, il fascino è associato a qualcosa che non si possiede interamente ma se ne intravede il valore. La bellezza del Sapere e il fascino della Conoscenza, sono due espressioni che chiarificano quanto detto prima: il sapere è un posseduto dal soggetto, mentre la conoscenza è tutto lo scibile dei possibili saperi che, per definizione, è oltre il soggetto stesso.
  • Com’è possibile che le emozioni, quali ad esempio bellezza e fascino, entrino nella costruzione del pensiero logico deduttivo?
  • Iniziamo per gradi, a quanti è capitato di cambiare idea sulla scia di un’emozione?
La teoria delle decisioni è una branca della matematica che studia come il decisore “razionale” si pone di fronte al problema della scelta. Di tutte le teorie matematiche questa è una di quelle che mi piacciono di più, perché scegliere è l’essenza della libertà, e una teoria che investiga la scelta non può che essere affascinate per me matematico.
In teoria delle decisioni, come in tutte le altre teorie matematiche, non si parte da un caso particolare ma da un’astrazione della realtà, al fine di poter parlare non solo delle vicende interessanti di chicche sia, ma al contrario di parlare per quasi tutti.
Il punto di partenza della teoria delle decisioni è la preferenza. Il soggetto/attore/abitante del mondo preferisce questo a quello, secondo un criterio proprio.
Svuotata di specificità, la nozione di preferenza, ha senso porsi il problema di come, dato un sistema di preferenze, sia possibile scegliere massimizzando un utile, anch’esso soggettivo.
Nella maggior parte della teoria, si parla di utile come ricavo monetario, ma ciò non è da considerarsi riduttivo, è solo che, il denaro come quantità misurabile, si presta più facilmente a essere matematizzato; ma nella sua accezione più generale, un utile è un ritorno, ovvero il feedback del campo all’azione di scelta del soggetto.
La teoria delle decisioni studia, quindi, come un soggetto “razionale”, con un sistema di preferenze sulla realtà, agisce per ottimizzare il feedback che riceve dal campo in cui vive.
Una delle conquiste, che rendono bella la teoria delle decisioni, risiede nel fatto che sia possibile mettere in relazione le azioni con le conseguenze delle stesse. Bisogna sottolineare che come l’azione è un qualcosa che parte dall’io, le conseguenze sono esattamente il feedback di cui si parlava prima.
Per renderla semplice, il decisore “razionale”, deve mettere in corrispondenza i sistemi di preferenze sulle situazioni in cui si trova a decidere, con quelli sulle azioni possibili e con quelli sulle conseguenze delle proprie azioni.
Lo spazio delle conseguenze può essere visto come lo spazio delle situazioni in cui ci si troverà a scegliere nel prossimo futuro. Avere, quindi, piena consapevolezza delle conseguenze del proprio agire aiuta a proiettarsi un po’ più in là nel tempo, e scegliere pesando le conseguenze dà una sorta di continuità al proprio vivere.
L’altra caratteristica del decisore razionale è che possegga un sistema di preferenze che non creino conflitti.
Se Mario preferisce, per qualche suo motivo, “A” a “B” e, preferisce “B” a “C”, allora Mario razionale deve preferire “A”, tra “A”, “B” e “C”.

Come si vede dal disegno, le preferenze di Mario non devono creare cicli.
Se esiste un ciclo, Mario mette in discussione tutto e non è in grado di esprimere con sicurezza una preferenza. Non esiste un’azione migliore, ma tutto è opinabile e discutibile, e in conclusione Mario si trova in una situazione di stallo.
Se, matematicamente parlando, ciò che serve per decidere è “solo” non avere preferenze contraddittorie; nella vita di tutti i giorni, questa condizione non è sempre facile da raggiungere.
Si pensi, per assurdo, che Mario sia in grado di vedere le creste d’evento di ogni sua azione fino al giorno della sua morte. In questa situazione, Mario ha completa conoscenza dei futuri sviluppi del suo agire e, di fronte a una situazione, non gli sarà difficile massimizzare i feedback del campo, avendone piena consapevolezza.
In realtà, non possedendo Mario un occhio simile a quello di Dio, ha una visione limitata delle ripercussioni delle sue azioni e, la sua cecità si traduce nell’impossibilità di fatto ad agire nel miglior modo possibile. Il “meglio” è locale, limitato alle capacità di analisi di Mario.
La condizione di Mario, quella di ognuno di noi, è tale che si debba imparare a fare euristiche sul proprio agire ovvero, proiettare le dinamiche per analizzarne i ritorni. In questo senso, sviluppare un occhio biostorico a cinque dimensioni viene in contro alla necessità di essere fabbri della propria fortuna.
  • In tutto questo, cosa c’entrano le emozioni?
Fare previsioni o euristiche significa ipotizzare immaginare non avere una certezza ma, al contrario, una plausibile ipotesi.
Le emozioni, che sono la base del comune buon senso, servono proprio come specchio dei propri pensieri e, in fronte a tale specchio, come Dorian Gray con il suo ritratto, si può cercare la conferma empirica del proprio agire.

sabato 14 giugno 2008

La struttura bilaterale del cervello umano nell’organizzazione del pensiero.


Il cervello umano si presenta come una unità duale, divisa in due emisferi, il destro e il sinistro, che permettono nell’uomo di organizzare differenti livelli e modalità di ragionamento. Secondo il pensiero cinese il lato destro è femminile, lunare, YIN; mentre quello sinistro è maschile, solare, YANG. L’armonizzarsi dei due spazi mentali permette di sviluppare differenti letture della realtà che partono da modalità differenti di osservazione.

L’emisfero destro “Pensiero Laterale” è utilizzato ogni qual volta necessità modificare uno schema logico-interpretativo, infatti è considerato l’area della creatività. È un pensiero sintetico, poiché permette con un colpo d’occhio di visualizzare “l’insieme delle parti”, per cui è veloce nell’acquisizione delle informazioni, è concreto, spaziale in quanto coglie le relazioni di contemporaneità e simultaneità nello spazio. È intuitivo poiché, utilizzando le sensazioni e le immagini, giunge alle soluzioni, senza dover obbligatoriamente analizzare, in successioni temporali, tutte le parti di realtà. Analogico, giacché ricorre all’uso delle metafore per creare le associazioni di idee da cui scaturiscono le soluzioni. È irrazionale, olistico. È la sede dell’area creativa che permette di cambiare le prospettive, di ruotare le letture, di giocare con le proiezioni di realtà, infatti procede con il “SE” che dà la possibilità di cambiare le angolazioni. Essendo un processo spaziale, non segue una successione temporale nell’organizzazione dei pensieri, per cui si apre a nuovi modi interpretativi, per questo è utilizzato ogni qual volta si attua un salto di paradigma: da un pensiero creativo nasce il mondo nuovo, non è un caso che anche nella bibbia si parli di Creazione. Sotto il profilo emozionale è un pensiero che dà un senso di benessere, poiché fortemente stimolato a ricercare soluzioni nuove che aprano le porte logiche alle nuove trame storiche. Ogni scoperta scientifica è il risultato di una interpretazione creativa che ha fatto fare alla Società un balzo in avanti, si pensi ai grandi scienziati, matematici, filosofi che hanno creato le nuove linee dei discorsi scientifici, sfondando i tetti cognitivi dei loro periodi storici.

Essendo un pensiero che va oltre gli schemi condivisi è visto come “pericoloso”, “inaffidabile” da qui la tendenza a sconfessarlo, a controllarlo, a porlo in un livello inferiore nella gerarchia storico-sociale. Secondo una lettura biostorica, quando nelle Società si dà poco spazio alla creatività si è di fronte ad una tendenza autoritaria che nasce da una incapacità di lettura che rende ciechi di fronte alla vita. Il creativo è colui che vede il non ancora immaginato, è nella sua realtà storica un escluso, perché giudicato folle; nella realtà futura un grande, poiché ha visto quello che tutti poi sanno vedere: si pensi alla solitudine di un Dante, di un Galileo, di un Leonardo. Ai miei alunni faccio l’esempio di Leonardo che sperimentava il volo con le ali da lui costruite e di come lo potessero giudicare i suoi concittadini, osservandolo. Non è un caso che nella Bibbia si dica siate folli, per sottolineare la capacità di prendere le distanze dai conformismi che rendono scontata la vita.

Il Prof. Paolo Manzeli, Direttore di EGO-CreaNET – Firenze, così definisce l’Emisfero sinistro che esegue le


“…modalità logico formali per semplificare la complessità dell'informazione. La funzionalità logico-razionale dell' Emisfero Sinistro si sviluppa attivando la capacità associativa della Area di Wernike che tende a facilitare un integrazione con la MLT.

L'operazione logico-significativa si basa sostanzialmente sulla combinazione di quattro operatori logico-formali che corrispondono nel linguaggio parlato a: “SI, NO, E, O” che servono per analizzare e combinare in termini di unità più semplici la dinamica complessa del flusso della informazione.

Il SI fa procedere il flusso del pensiero e la E permette di connettere una sezione o immagine acquisita con una successiva, mentre il NO interrompe il flusso del pensiero e lo devia verso un'alternativa selezionata da O.

Questa Modalità del Pensiero Logico, attribuibile alla predominanza delle attività dell'Emisfero Sinistro del Cervello, indirizza l'attenzione ed il confronto attuabile in termini di riconoscimento e di identità, con la passata esperienza acquisita della MLT (memoria a lungo termine). Il pensiero logico, mediante i suoi operatori analitici, ha la capacità di scoprire il miglior modo di combinare sezioni del flusso di informazione separandolo, selezionandolo e combinandone le sezioni prescelte ed infine generandone una estensione capace di determinare un pronostico sul da farsi; in questo modo diviene possibile risolvere i problemi complessi mediante una elaborazione significativa del flusso di informazione (PROBLEM - SOLVING). Certamente tale metodologia contiene il rischio di consolidare le proprie modalità di pensiero attivando sistematicamente le aree cerebrali che permettono di combinare nel miglior modo il risultato di una riflessione logica, ma di fatto ciò non permette al cervello nella sua interezza funzionale di riorganizzare intuitivamente l'informazione complessiva mediante percorsi paralleli più propri delle modalità di pensiero dell'Emisfero Destro. In questo emisfero ha luogo la modalità di pensiero corrispondente nel linguaggio parlato al SE.

Il SE corrisponde ad un atteggiamento di Dubbio tendente a favorire l'intuito ed anche la fantasia, cioè le attività cerebrali che indubbiamente divengono necessarie proprio per la valutazione complessiva di schemi logici applicati troppo rigidamente, i quali tendono ad impedire la capacità di delineare nuove significazioni sulla base di rinnovate aspettative, non facilmente prevedibili mediante la ripetitiva applicazione delle sequenze combinatorie degli operatori logico formali.

L'utilizzazione del SE permette di renderci coscienti dei limiti del pensiero logico-formale e quindi facilita la capacità di sviluppare le attività parallele del PENSIERO LATERALE (Lateral Thinking) al fine di evitare gli errori ancor prima di risolverli (PROBLEM - SAVING).

Il medico psicologo, Edward De Bono identifica quattro fattori importanti che suggeriscono un atteggiamento volto a utilizzare in modo sinergico e complementare il pensiero laterale: 1) al fine di riconoscere e modificare i criteri e le idee dominanti 2) le quali polarizzano la percezione di un problema, 3) ed impediscono di cercare modalità differenti di guardare le cose 4) e quindi di flessibilizzare il controllo rigido del pensiero logico-lineare per incoraggiare lo sviluppo della creatività.

La creatività é pertanto a portata di mano di ciascuno di noi, infatti l'essere creativi non dipende esclusivamente dalla genetica, proprio perché i geni non sono capaci di gestire i cambiamenti fisici e mentali che si manifestano nell'arco di una vita. La creatività è quindi il modo di saper utilizzare la plasticità del cervello per rispondere alla complessità degli eventi, mettendo in funzione le molteplici ed articolate funzioni intellettive di cui ciascuno di noi é geneticamente dotato. Come un blocco di marmo prende la forma pensata dalla creatività dello scultore, così il cervello di ciascuno di noi può essere potenziato da noi stessi, migliorando coscientemente le funzioni intellettive, ed acquisendo in tal modo un benessere derivante dalla fiducia nelle proprie naturali capacità creative. Ricordiamo che divenire creativi non significa solo inventare qualcosa di nuovo o essere originali per forza, ma essenzialmente significa invece trovare soddisfazione nell'utilizzare al meglio entrambe le potenzialità di sviluppo del proprio cervello…

da CERVELLO, CREATIVITA' E BENESSERE di Paolo Manzelli.

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Forlì, 2008