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Boston, USA

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linea di fuga verso il mare

martedì 18 marzo 2008

Gli stadi della coscienza tra ignoranza, erudizione, scienza e saggezza


di Antonia Colamonico


In queste giornate i mass media mandano, quasi in sordina per evitare polemiche in prossimità delle olimpiadi di Pechino, le immagini dei monaci in rivolta che arrivano dal Tibet.

  • Perché degli uomini di pace fanno così paura ad un regime?

Con una lettura ad occhio biostorico, la risposta va ricercata nella stessa dinamica evolutiva della coscienza che si evolve per gradi differenti di organizzazioni.

Il processo d’appropriazione della realtà da parte dell’uomo come la capacità ad assimilare il mondo per capirlo, per imparare a rispondergli, a elaborarlo… a cambiarlo… parte da uno stato di ignoranza, visto come un buio/vuoto cognitivo. Il buio è il prima della conoscenza, in cui un lampo/quanto informativo crea una rottura nel nulla conoscitivo, si pensi ad un fuoco di artificio nella notte.

Il passaggio dall’ignoranza alla conoscenza, avviene per stadi che si pongono come livelli differenti di comprensione: la nomenclatura come il dare un nome; l’architettura come la logica strutturale; la cognizione, il significato esistenziale dell’uno nell’organizzazione del tutto della vita.

Cercando di esplicitare, ogni livello di conoscenza presuppone un differente modo di essere uomo.

Nel primo caso, la nomenclatura, si può parlare d’erudizione, l’uomo erudito è colui che ha una chiara conoscenza spaziale delle realtà. Egli sa riconoscere le oggettività che ricadono nel suo campo visivo, sa classificarle, sa differenziarle… ma la sua è una conoscenza che si ferma ad un livello marginale, in quanto non entra nella struttura organizzativa di quello che osserva. Nelle fasi della vita, la fase dell’attribuzione dei nomi è del bambino, intorno ai tre anni.

La seconda fase è quella dell’architettura, come l’organizzazione logica del funzionamento della realtà, questa è la fase della scienza. L’uomo scienziato è colui che entra nei processi vitali e ne crea i modelli. È la capacità a porre in relazione l’oggetto osservato nello spazio-tempo: la dinamica ad esempio delle stagioni o dei movimenti dei pianeti o del meccanismo di funzionamento del cuore. Nella nostra epoca della macchine e della plastica, si ritiene la scienza come il livello più alto di conoscenza, infatti è facile incontrare studiosi, che si definiscono scienziati, che credono di essere al livello massimo del sapere. Personalmente come docente e studiosa mi è capitato di notare colleghi e anche accademici che quando scoprono la tipologia dei miei studi, si ritraggono quasi a marcare lo spazio che delimita la scienza dalla non scienza. Naturalmente in virtù dei miei studi biostorici, si può ben immaginare come siamo oggetto di pietas nella stanza segreta del mio cuore.

La fase della cognizione è il livello più alto e profondo della conoscenza, in quanto presuppone un andare oltre la dimensione del cronotopo, come direbbe Einstein, cioè entrare in un livello paradigmatico, in cui si attribuisce il significato storico del perché tale oggetto abbia diritto/senso ad esistere nella scala armonica della vita. L’uomo di tale fase non è più lo scienziato che entra nelle logiche del funzionamento, magari per alterarle, ma è il giusto come direbbero gli ebrei o il santo secondo la visione cristiana o il maestro di vita, per il mondo classico. In tale organizzazione del pensiero si è in uno stato di contemplazione del uno-tutto, che fa porre la relazione finito, come il contingente reale che assume uno spazio-tempo, localizzato e datato, e infinito, spazio del tempo zero che si pone come eternità o tempo di Dio.

Si può ben comprendere come nella costruzione della coscienza, che crea la consapevolezza dell’io-mondo, le tre fasi si alternino e spesso si completino. Non esiste un erudito che non sia anche scienziato e uno scienziato, degno di tale nome, che non sia un maestro di vita: si pensi a Pascal o a Pitagora o allo stesso Einstein che ha scritto intorno al suo stato di religiosità nei confronti della vita.

  • Che differenza c’è nell’elaborazione del giudizio tra le tre fasi di conoscenza?

Con la nomenclatura il giudizio che si esprime è fermo alla superficie esterna della realtà, a quella che si può definire la membrana che isola l’oggetto dalla nicchia storica, ad esempio dire cuore, equivale alla visualizzazione dell’organo che pompa il sangue nel corpo. Esso è un isolato che si distingue dal corpo.

Con l’architettura logica, il giudizio resta nella sfera del contingente, del corporeo, del livello finito che è soggetto all’erosione del tempo, come processo entropico. Questo spiega in parte il materialismo storico dilagato nella società industriale, in cui la materia è divenuta oggetto di culto per l’Occidentale e non solo.

Con la cognizione, il giudizio si pone nella sfera dell’universale, si è di fronte ai valori che rendono fermi nel tempo i significati storici, come dignità della vita. Si può ben comprendere il perché facciano paura i maestri di vita e si spiegano così le uccisioni di monaci o vescovi o rabbini ecc. che praticano il loro esercizio di ricerca della verità nel silenzio e a margine dell’economie. Il loro farsi periferia del mondo, spaventa chi è centro del mondo.

L’essere maestro di vita, implica uno stato di disincanto nei confronti della scena della storia. Il saggio è colui che sa che la vita, nel tempo presente, è una pupazzata come direbbe Pirandello, che ci porta ad essere i pupi di giochi più alti e complessi di noi. Partendo da tale verità il giusto ama indagare sul significato profondo che rende la pupazzata mondo dell’effimero, dello stupido, dell’inutile. In questo essere fuori dalle logiche del mondo, egli diviene il nemico del mondo, poiché mostra alla coscienza di chi il mondo lo vuole che ha sprecato la propria esistenza, rincorrendo il niente.

Sprecare la vita è la vera povertà dell’uomo, in quanto noi siamo consumatori di tempo, essendo soggetti, per effetto del processo d’entropia, a nascere e a morire. In tale processo il nostro unico bene è il tempo della durata della nostra vita. Donare il proprio tempo ad ascoltare un amico, un figlio, uno studente, un impiegato, un malato o un emarginato è la vera forma di ricchezza per l’umanità. Per cui la grandezza di una società non si misura dal numero degli eruditi o degli scienziati, ma dalla presenza dei suoi saggi e, in questo, il popolo Tibetano è molto consapevole.

Imparare a coltivare la saggezza è la migliore ricetta per una società, ma il capirlo sarà in funzione dell’onesta di coscienza privata e comune, insieme. Credo, senza ombra di dubbio, che questo sia il messaggio che il Dalai Lama stia dando al mondo. Fare finta di non vedere ciò che sta accadendo, equivale ad essere conniventi con chi vuole, nel mondo, implementare lo stato della morte.

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