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Boston, USA

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linea di fuga verso il mare

martedì 17 giugno 2008

Il ruolo dell'Emozione nel Pensiero Razionale







Già in precedenza in questo blog si è affrontato il tema delle diverse intelligenze, quella razionale e quella emotiva, e si è già messo in luce come nel costruttivismo moderno la sfera della ragione è stata scissa da quella dell’emozione portando a una frammentazione e inscatolamento della conoscenza (occhio lineare-sequenziale).
In questo articolo s’investigherà il ruolo dell’emozione nel pensiero razionale, mettendo in luce come il sentire o percepire la realtà empaticamente sia, a tutti gli effetti, funzionale alla costruzione del pensiero razionale stesso.
Se è vero anche il contrario, ogni artista razionalizza in un quadro o in una poesia le proprie emozioni, non bisogna dimenticarsi che la sfera emotiva è un qualcosa di molto più profondo che tocca l’essenza stessa del nostro esistere; quindi dovendo investigare l’interazione tra queste due intelligenze, è più “logico” parlare del ruolo dell’emozione nella razionalità e non del contrario.
Studiando una teoria scientifica non si legge della emotività di chi la partorisce, ma ciò non esclude che, per quanto razionale, l’autore era un essere emozionale.
Tutti siamo naturalmente predisposti a provare emozioni, con sfumature e intensità strettamente legate al contesto sociale in cui si cresce, ma tutti, ognuno a modo proprio, proviamo emozioni. Come in economia, più è diffuso un bene e meno vale. Tutti possiamo sentire però, solo Einstein ha scritto la teoria della relatività. Se nella esclusività delle produzioni risiede la bellezza delle stesse, è nella sensazione che vi sia qualcosa che vada oltre le proprie capacità deduttive, che risiede il fascino.
Bellezza e fascino, sono due delle emozioni più forti che ci avvicinano a mondo che ci circonda. Mentre la bellezza è legata alla capacità di giudicare l’interezza di un qualcosa, di possederne la visione globale, il fascino è associato a qualcosa che non si possiede interamente ma se ne intravede il valore. La bellezza del Sapere e il fascino della Conoscenza, sono due espressioni che chiarificano quanto detto prima: il sapere è un posseduto dal soggetto, mentre la conoscenza è tutto lo scibile dei possibili saperi che, per definizione, è oltre il soggetto stesso.
  • Com’è possibile che le emozioni, quali ad esempio bellezza e fascino, entrino nella costruzione del pensiero logico deduttivo?
  • Iniziamo per gradi, a quanti è capitato di cambiare idea sulla scia di un’emozione?
La teoria delle decisioni è una branca della matematica che studia come il decisore “razionale” si pone di fronte al problema della scelta. Di tutte le teorie matematiche questa è una di quelle che mi piacciono di più, perché scegliere è l’essenza della libertà, e una teoria che investiga la scelta non può che essere affascinate per me matematico.
In teoria delle decisioni, come in tutte le altre teorie matematiche, non si parte da un caso particolare ma da un’astrazione della realtà, al fine di poter parlare non solo delle vicende interessanti di chicche sia, ma al contrario di parlare per quasi tutti.
Il punto di partenza della teoria delle decisioni è la preferenza. Il soggetto/attore/abitante del mondo preferisce questo a quello, secondo un criterio proprio.
Svuotata di specificità, la nozione di preferenza, ha senso porsi il problema di come, dato un sistema di preferenze, sia possibile scegliere massimizzando un utile, anch’esso soggettivo.
Nella maggior parte della teoria, si parla di utile come ricavo monetario, ma ciò non è da considerarsi riduttivo, è solo che, il denaro come quantità misurabile, si presta più facilmente a essere matematizzato; ma nella sua accezione più generale, un utile è un ritorno, ovvero il feedback del campo all’azione di scelta del soggetto.
La teoria delle decisioni studia, quindi, come un soggetto “razionale”, con un sistema di preferenze sulla realtà, agisce per ottimizzare il feedback che riceve dal campo in cui vive.
Una delle conquiste, che rendono bella la teoria delle decisioni, risiede nel fatto che sia possibile mettere in relazione le azioni con le conseguenze delle stesse. Bisogna sottolineare che come l’azione è un qualcosa che parte dall’io, le conseguenze sono esattamente il feedback di cui si parlava prima.
Per renderla semplice, il decisore “razionale”, deve mettere in corrispondenza i sistemi di preferenze sulle situazioni in cui si trova a decidere, con quelli sulle azioni possibili e con quelli sulle conseguenze delle proprie azioni.
Lo spazio delle conseguenze può essere visto come lo spazio delle situazioni in cui ci si troverà a scegliere nel prossimo futuro. Avere, quindi, piena consapevolezza delle conseguenze del proprio agire aiuta a proiettarsi un po’ più in là nel tempo, e scegliere pesando le conseguenze dà una sorta di continuità al proprio vivere.
L’altra caratteristica del decisore razionale è che possegga un sistema di preferenze che non creino conflitti.
Se Mario preferisce, per qualche suo motivo, “A” a “B” e, preferisce “B” a “C”, allora Mario razionale deve preferire “A”, tra “A”, “B” e “C”.

Come si vede dal disegno, le preferenze di Mario non devono creare cicli.
Se esiste un ciclo, Mario mette in discussione tutto e non è in grado di esprimere con sicurezza una preferenza. Non esiste un’azione migliore, ma tutto è opinabile e discutibile, e in conclusione Mario si trova in una situazione di stallo.
Se, matematicamente parlando, ciò che serve per decidere è “solo” non avere preferenze contraddittorie; nella vita di tutti i giorni, questa condizione non è sempre facile da raggiungere.
Si pensi, per assurdo, che Mario sia in grado di vedere le creste d’evento di ogni sua azione fino al giorno della sua morte. In questa situazione, Mario ha completa conoscenza dei futuri sviluppi del suo agire e, di fronte a una situazione, non gli sarà difficile massimizzare i feedback del campo, avendone piena consapevolezza.
In realtà, non possedendo Mario un occhio simile a quello di Dio, ha una visione limitata delle ripercussioni delle sue azioni e, la sua cecità si traduce nell’impossibilità di fatto ad agire nel miglior modo possibile. Il “meglio” è locale, limitato alle capacità di analisi di Mario.
La condizione di Mario, quella di ognuno di noi, è tale che si debba imparare a fare euristiche sul proprio agire ovvero, proiettare le dinamiche per analizzarne i ritorni. In questo senso, sviluppare un occhio biostorico a cinque dimensioni viene in contro alla necessità di essere fabbri della propria fortuna.
  • In tutto questo, cosa c’entrano le emozioni?
Fare previsioni o euristiche significa ipotizzare immaginare non avere una certezza ma, al contrario, una plausibile ipotesi.
Le emozioni, che sono la base del comune buon senso, servono proprio come specchio dei propri pensieri e, in fronte a tale specchio, come Dorian Gray con il suo ritratto, si può cercare la conferma empirica del proprio agire.

sabato 14 giugno 2008

La struttura bilaterale del cervello umano nell’organizzazione del pensiero.


Il cervello umano si presenta come una unità duale, divisa in due emisferi, il destro e il sinistro, che permettono nell’uomo di organizzare differenti livelli e modalità di ragionamento. Secondo il pensiero cinese il lato destro è femminile, lunare, YIN; mentre quello sinistro è maschile, solare, YANG. L’armonizzarsi dei due spazi mentali permette di sviluppare differenti letture della realtà che partono da modalità differenti di osservazione.

L’emisfero destro “Pensiero Laterale” è utilizzato ogni qual volta necessità modificare uno schema logico-interpretativo, infatti è considerato l’area della creatività. È un pensiero sintetico, poiché permette con un colpo d’occhio di visualizzare “l’insieme delle parti”, per cui è veloce nell’acquisizione delle informazioni, è concreto, spaziale in quanto coglie le relazioni di contemporaneità e simultaneità nello spazio. È intuitivo poiché, utilizzando le sensazioni e le immagini, giunge alle soluzioni, senza dover obbligatoriamente analizzare, in successioni temporali, tutte le parti di realtà. Analogico, giacché ricorre all’uso delle metafore per creare le associazioni di idee da cui scaturiscono le soluzioni. È irrazionale, olistico. È la sede dell’area creativa che permette di cambiare le prospettive, di ruotare le letture, di giocare con le proiezioni di realtà, infatti procede con il “SE” che dà la possibilità di cambiare le angolazioni. Essendo un processo spaziale, non segue una successione temporale nell’organizzazione dei pensieri, per cui si apre a nuovi modi interpretativi, per questo è utilizzato ogni qual volta si attua un salto di paradigma: da un pensiero creativo nasce il mondo nuovo, non è un caso che anche nella bibbia si parli di Creazione. Sotto il profilo emozionale è un pensiero che dà un senso di benessere, poiché fortemente stimolato a ricercare soluzioni nuove che aprano le porte logiche alle nuove trame storiche. Ogni scoperta scientifica è il risultato di una interpretazione creativa che ha fatto fare alla Società un balzo in avanti, si pensi ai grandi scienziati, matematici, filosofi che hanno creato le nuove linee dei discorsi scientifici, sfondando i tetti cognitivi dei loro periodi storici.

Essendo un pensiero che va oltre gli schemi condivisi è visto come “pericoloso”, “inaffidabile” da qui la tendenza a sconfessarlo, a controllarlo, a porlo in un livello inferiore nella gerarchia storico-sociale. Secondo una lettura biostorica, quando nelle Società si dà poco spazio alla creatività si è di fronte ad una tendenza autoritaria che nasce da una incapacità di lettura che rende ciechi di fronte alla vita. Il creativo è colui che vede il non ancora immaginato, è nella sua realtà storica un escluso, perché giudicato folle; nella realtà futura un grande, poiché ha visto quello che tutti poi sanno vedere: si pensi alla solitudine di un Dante, di un Galileo, di un Leonardo. Ai miei alunni faccio l’esempio di Leonardo che sperimentava il volo con le ali da lui costruite e di come lo potessero giudicare i suoi concittadini, osservandolo. Non è un caso che nella Bibbia si dica siate folli, per sottolineare la capacità di prendere le distanze dai conformismi che rendono scontata la vita.

Il Prof. Paolo Manzeli, Direttore di EGO-CreaNET – Firenze, così definisce l’Emisfero sinistro che esegue le


“…modalità logico formali per semplificare la complessità dell'informazione. La funzionalità logico-razionale dell' Emisfero Sinistro si sviluppa attivando la capacità associativa della Area di Wernike che tende a facilitare un integrazione con la MLT.

L'operazione logico-significativa si basa sostanzialmente sulla combinazione di quattro operatori logico-formali che corrispondono nel linguaggio parlato a: “SI, NO, E, O” che servono per analizzare e combinare in termini di unità più semplici la dinamica complessa del flusso della informazione.

Il SI fa procedere il flusso del pensiero e la E permette di connettere una sezione o immagine acquisita con una successiva, mentre il NO interrompe il flusso del pensiero e lo devia verso un'alternativa selezionata da O.

Questa Modalità del Pensiero Logico, attribuibile alla predominanza delle attività dell'Emisfero Sinistro del Cervello, indirizza l'attenzione ed il confronto attuabile in termini di riconoscimento e di identità, con la passata esperienza acquisita della MLT (memoria a lungo termine). Il pensiero logico, mediante i suoi operatori analitici, ha la capacità di scoprire il miglior modo di combinare sezioni del flusso di informazione separandolo, selezionandolo e combinandone le sezioni prescelte ed infine generandone una estensione capace di determinare un pronostico sul da farsi; in questo modo diviene possibile risolvere i problemi complessi mediante una elaborazione significativa del flusso di informazione (PROBLEM - SOLVING). Certamente tale metodologia contiene il rischio di consolidare le proprie modalità di pensiero attivando sistematicamente le aree cerebrali che permettono di combinare nel miglior modo il risultato di una riflessione logica, ma di fatto ciò non permette al cervello nella sua interezza funzionale di riorganizzare intuitivamente l'informazione complessiva mediante percorsi paralleli più propri delle modalità di pensiero dell'Emisfero Destro. In questo emisfero ha luogo la modalità di pensiero corrispondente nel linguaggio parlato al SE.

Il SE corrisponde ad un atteggiamento di Dubbio tendente a favorire l'intuito ed anche la fantasia, cioè le attività cerebrali che indubbiamente divengono necessarie proprio per la valutazione complessiva di schemi logici applicati troppo rigidamente, i quali tendono ad impedire la capacità di delineare nuove significazioni sulla base di rinnovate aspettative, non facilmente prevedibili mediante la ripetitiva applicazione delle sequenze combinatorie degli operatori logico formali.

L'utilizzazione del SE permette di renderci coscienti dei limiti del pensiero logico-formale e quindi facilita la capacità di sviluppare le attività parallele del PENSIERO LATERALE (Lateral Thinking) al fine di evitare gli errori ancor prima di risolverli (PROBLEM - SAVING).

Il medico psicologo, Edward De Bono identifica quattro fattori importanti che suggeriscono un atteggiamento volto a utilizzare in modo sinergico e complementare il pensiero laterale: 1) al fine di riconoscere e modificare i criteri e le idee dominanti 2) le quali polarizzano la percezione di un problema, 3) ed impediscono di cercare modalità differenti di guardare le cose 4) e quindi di flessibilizzare il controllo rigido del pensiero logico-lineare per incoraggiare lo sviluppo della creatività.

La creatività é pertanto a portata di mano di ciascuno di noi, infatti l'essere creativi non dipende esclusivamente dalla genetica, proprio perché i geni non sono capaci di gestire i cambiamenti fisici e mentali che si manifestano nell'arco di una vita. La creatività è quindi il modo di saper utilizzare la plasticità del cervello per rispondere alla complessità degli eventi, mettendo in funzione le molteplici ed articolate funzioni intellettive di cui ciascuno di noi é geneticamente dotato. Come un blocco di marmo prende la forma pensata dalla creatività dello scultore, così il cervello di ciascuno di noi può essere potenziato da noi stessi, migliorando coscientemente le funzioni intellettive, ed acquisendo in tal modo un benessere derivante dalla fiducia nelle proprie naturali capacità creative. Ricordiamo che divenire creativi non significa solo inventare qualcosa di nuovo o essere originali per forza, ma essenzialmente significa invece trovare soddisfazione nell'utilizzare al meglio entrambe le potenzialità di sviluppo del proprio cervello…

da CERVELLO, CREATIVITA' E BENESSERE di Paolo Manzelli.

Centro Studi di Biostoria - Palestre della Mente

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Forlì, 2008